Il Circo ieri, il Circo sempre. Retrospettiva sullo spettacolo viaggiante.

Esistono molti tipi di libertà, poiché non ne esistono di vere ma solo di interiori. La libertà del cane da appartamento non è quella del randagio, ma sanno essere entrambi liberi: entrambi hanno le proprie mura di limite – tangibili o metaforiche che siano – e dentro a esse si muovono dalla nascita alla morte, scoprendo ogni giorno una propria rivoluzione e riconoscendo in qualunque momento le proprie forme di rifugio. Per gli uomini la cosa è ovviamente più complessa, ma senza esagerare. Immaginate infatti una libertà che respira attraverso gli spifferi di una routine quotidiana e attraverso le corde di un telone che si erge e si accascia continuamente, nel sudore di intere vite dedicate alla una costruzione di qualcosa che non è per sé, ma si regala agli altri. Questa può essere una libertà: la libertà di donare lo svolgersi della propria vita, dunque la vita stessa, al bisogno di libertà altrui e a ciò dentro rimane quando questo bisogno viene denudato, scontratosi con un universo troppo diverso dal proprio eppure parallelo nello scorrere. L’universo del Circo ad esempio, con il suo gergo e le sue abitudini in movimento, con gli orari dettati spesso dalle necessità degli animali, con i suoi riti e i suoi viaggi senza sosta e le sue carovane disposte sempre diversamente. “Nel Circo non sai mai dove è finita la zia!”, scherza don Luciano Cantini, alias clown Pompelmo, da decadi un “prete del circo”.


Per ogni tipo di libertà esiste almeno una forma d’arte che la possa rappresentare al meglio, se l’arte è espressione e stupore che stupiscono: l’Universo del Circo ne contiene indubbiamente molte. Per stupirsi basta a volte mettersi a sedere e guardare come al cinema. Certo non è poco: ma lì si viene stupiti senza poter stupire e d’altronde applaudire a uno schermo è inutile quasi quanto applaudire al pilota che azzecca l’atterraggio. Nel Circo, prima che in certo Teatro, intere famiglie – nel corso del tempo gruppi più variegati – ogni giorno preparano la scena per lo spettatore che è con loro artista, che del proprio battere le mani sfama o meno lo spettacolo e nello spettacolo quelle vite stranamente addobbate, che del suo coinvolgimento arricchisce o meno un canovaccio prevedibile quanto completamente prevedibile è la vita stessa, per coloro che nel circo e fuori lavorano, quando la si snocciola su di un agenda. Nel circo, una buona giornata è un buon pubblico.
E’ difficile giudicare l’arte altrui quando questa si fonde con la vita: l’essere acrobata o illusionista, clown o funambolo non è un vestito da potersi togliere, ma è una vita da incarnare. E’ il clown – non un uomo che poi lo diventerà – che monta e smonta, è il funambolo che prepara i pop corn e vende gadget, è l’illusionista che stacca i biglietti all’ingresso, poi di nuovo il clown a staccare i biglietti e il funambolo altrove, a sistemare le luci per lo spettacolo successivo.

Cosa ha senso nel Circo di oggi, dunque? Non è una domanda, questa è la risposta. Chiedere cosa ha senso nel Circo, almeno in generale e senza perdersi nei casi specifici, ha lo stesso valore del chiedersi il senso di una poesia o di un libro: oltre le recensioni (e agli ebook), ci sono la fatica e i pensieri che solo lo scrittore sa il tempo che è già scorso chiuso in inchiostro e, soprattutto, esperienze e pezzi di vita quotidiana accumulate nel tempo come solo un partigiano, della parola o dell’emozione, può aver fatto. E c’è l’immaginario e c’è la curiosità che una poesia, così come uno scambio al trapezio, suscitano in chiunque ritenga che non tutte le vite possano essere vissute in una sola, ma sarebbe bello poterlo fare: lasciare a un certo punto la ventiquattrore e tentare la vita da poeta, lasciare la penna e trovarsi a giocolare palline con un vaso in equilibrio sulla testa e l’odore della segatura nelle narici, sentendosi per qualche istante migliore di Enrico Rastelli, prima di Eugenio Montale, prima di se stessi. Queste sensazioni non mutano, nonostante le forme.

Come c’è sempre stato, il Circo dunque c’è. Tutto ha senso in un universo a sé, perché tutto c’è e scorre, sulla pista e nell’immaginario delle persone che lo riconoscono, riconoscerebbero quel grande spettacolo fatto a mano come altrove non se ne vedono, riconoscerebbero i suoi segnali di fumo nonostante tutto intorno, sempre di più, ne lanci di variegati e potenti.
Quel piccolo universo funziona e funzionerà, con le sue difficoltà. Ha cambiato forma e ha cambiato contesti, ha attraversato oceani di spettacoli e intrattenimenti diversi, di pregiudizi e cose migliori, cose peggiori ma meno costose. Ha restituito diffidenze, ha accolto sorrisi e in questo, nelle cose vere, non è mai cambiato. Quella che Alessandro Serena definisce “miscellanea di generi fantastici, antologia mutevole di riferimenti e atmosfere diverse senza barriere di spazio e di tempo” potrà funzionare perché non esiste altrove, perché l’arte ha bisogno delle proprie case e dei propri fruitori, ma è anche il contrario. Funzionerà fintantoché esisterà lo stupore, fintantoché un qualunque bambino, di fronte a quel tendone dai colori sgargianti e agli alamari dorati di chi li accoglie, sarà esattamente uguale a tutti gli altri e tutti saranno esattamente uguali a Fellini, a milioni di altri. Stupiti.

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