“Joker” risplende dell’interpretazione straordinaria del protagonista e di vari spunti narrativi di ottimo livello, in primis il disturbo patologico che porta Fleck al ghigno perpetuo e che diventa di fatto esso stesso – a pensarci – il pitch dell’intero film. L’ambientazione è tanto perfetta da parere artificiale e, probabilmente, addirittura superata dal quotidiano. Per il resto, in America si comincia a ricorrere talmente tanto spesso al gioco dell’osmosi tra reale e immaginato, magari con finale interrotto, che ormai cucinarlo con originalità è diventato quasi impossibile. E, a mio avviso, qui non ci si riesce.
Di originalità si può sicuramente parlare in “Parasite”: un caleidoscopio di generi diversi che riesce a inserire nel medesimo mosaico eccellenti tessere di sarcasmo, dramma, catastrofico, thriller e pure di stile d’animazione. Il problema è che, in definitiva, se si guarda il mosaico per intero e da lontano, risulta sovraccarico. Terribile il doppiaggio italiano, e una sceneggiatura talmente virtuosa da risultare, per i miei gusti, ridondante: non un solo dialogo memorabile. Interessante. Per parte mia, sono più da singola pennellata messa bene che da roboante mosaico.
Ma alla fine, non è che tutto si risolve dentro un tema solo? Esclusione sociale, incomunicabilità, differenze, ambizioni distrutte, furberie contro sentimento, intelligenza contro soldi. Forse tutto è già contenuto in una storia d’amore che finisce e che come una valanga trascina giù delle vite. “Storia di un matrimonio” è, a mio modesto giudizio, una perla di una raffinatezza rara: crudo, brutale storia di sentimenti mai sdolcinata, narrata con la spontaneità di piani sequenza lunghi, da attori impeccabili. Senza fronzoli, come armi soltanto il potere ineludibile e naturale di parole e gesti: un compendio perfetto di come la devastazione non abbia bisogno di grandi architetture: è nascosta nei rapporti tra le persone.
Tra i tre, a mio avviso, il più bello.