Attese e contatti. Fenomenologia di una pandemia.

di Chiara Musu

 

Nessuno se lo aspettava.
È arrivato all’improvviso, si è insediato nelle fitte maglie della nostra realtà modificandone profondamente gli assetti, ribaltandone il senso come si fa durante il Carnevale, quando si gioca a essere qualcun’altro, a inventarci un’altra esistenza. Amara ironia.

Da poco più di un mese l’Italia vive un momento di questo tipo, bloccata in quarantena per fermare il contagio da Covid-19: in queste righe non intendo fare una cronaca del fenomeno, sostituendomi ai telegiornali e ai media che ogni giorno ci rendono conto della situazione.

Vorrei piuttosto fare una piccola riflessione sui suoi risvolti intimistici, quotidiani. Togliendo giornali e tv, l’altra agorà di discussione sono i social, dove spopola l’hashtag #iostoacasa.
Prendiamo Instagram per esempio. Discussione o presentazione? Attraverso storie e foto mostriamo al mondo la nostra nuova quotidianità fatta di libri, ricette, appunti da studiare, selfie in pigiama… e qualsiasi cosa ci venga in mente per accompagnare le giornate, un po’ tutte uguali. Mettiamo in scena un nuovo essere, legato indissolubilmente allo spazio domestico. Finché nuovo DPCM non ci separi. Costretti a stare dentro le mura di casa instauriamo un nuovo rapporto con essa, rinnovando un legame comunque eterno. Citando Silvano Petrosino, “l’uomo non può che abitare. Esiste abitando, cioè prendendosi cura dello spazio che lo circonda”. Abbiamo iniziato a essere umani quando abbiamo ordinato lo spazio intorno a noi rendendolo familiare, comprensibile, imponendo la nostra presenza nell’ambiente e modellandolo secondo uno specifico modo di vivere. Se siamo intimamente relazionati e diamo forma allo spazio che abitiamo, cosa può significare essere costretti a vivere quotidianamente, ora dopo ora, la casa? Non siamo certo in vacanza: la situazione è problematica, complessa, nella sola certezza dell’invasione di questo virus l’ombra del non conoscere “il dopo” è sempre presente. Cambierà qualcosa una volta finito tutto? Saremo diversi? Ora non possiamo saperlo. In antropologia si parla di liminalità, situazione di transizione (limen, confine) in cui si è in bilico fra ciò che era e ciò che sarà.
L’incertezza è difficile da tollerare: inconsciamente, abbiamo bisogno di sapere e circoscrivere il campo delle cose che possono accadere. Anche se sono meno piacevoli. Riflettiamo un attimo su questo punto. Quanta abilità abbiamo nell’accettare questo tempo dell’attesa? Paradossalmente l’incertezza arriva da dove cerchiamo sempre risposte: televisione, internet. È un rovesciamento di senso a cui non siamo abituati: ci affidiamo sempre alle notizie via web o via tv per sapere e avere delle certezze. E l’unica che ci viene data, ora, è quella di aspettare, stare in casa e accomodarci nell’incertezza. È difficile ripensare la dinamica del “tutto e subito” su cui si alimenta l’informazione contemporanea: ora non è possibile sapere tutto, e subito.
Ma come si fa? È una sfida non da poco questa battuta d’arresto, rinunciare alle abitudini acquisite nel tempo e con cui affermiamo la nostra presenza nel mondo. E soprattutto, rispettare le regole che ci vengono date. Forse è proprio questo che spaventa: non siamo più così sicuri di avere il predominio sul mondo. Mamma Tecnologia ci ha lentamente cresciuto con questa idea: ci pensa lei, puoi stare tranquillo e comodo. Ci sarà sempre qualche oggetto o marchingegno che farà le cose al posto nostro, risparmiandoci la fatica. Ci siamo viziati al controllo totale di ogni situazione, a dominare l’ambiente che ci circonda che l’imponderabile di una situazione come questa sembra insormontabile. L’antropologo Stefano Boni, non a caso, conia l’espressione “Homo Comfort”, per rendere conto di quanto abbiamo dato la nostra forma al mondo, spesso con esiti disastrosi per l’ambiente. Questo tempo dell’attesa potrebbe essere una buona occasione per ripensare il nostro ruolo in quanto esseri umani, riflettendo sulla posizione che occupiamo nel mondo, ora che ci viene tolta. Imparare ad aspettare (che non fa mai male), ad osservare e magari ritrovare un contatto col nostro corpo e la nostra sensorialità, liberandolo un po’ dal supporto tecnologico. Fare qualcosa di concreto, reinventare il dialogo con le mani, assaporare la lentezza e il senso del gesto. Ripensarsi in relazione al mondo, negoziando la nostra presunta superiorità. Di tempo ne abbiamo ancora.

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