Euphoria: capolavoro tra le critiche

di Domenico Amato

 

Disturbante, rigettante, ma, allo stesso tempo, capolavoro: Euphoria è il teen drama, basato sull’omonima serie israeliana, di Sam Levinson. La HBO puntava a presentare un prodotto unico nel suo genere, per distinguersi dalla moltitudine già presenti nel panorama televisivo, e ci è riuscita. Una vittoria anche per Zendaya, che ha dato dimostrazione di grandi doti recitative calandosi nella parte di Rue: una ragazzina di diciassette anni tossicodipendente. Attraverso la sua, poco affidabile, voce narrante, viviamo le vite di un folto gruppo di personaggi tutti ben definiti e con un’ottima caratterizzazione. Una regia innovativa e, soprattutto, il montaggio unico rendono l’opera immediatamente distinguibile. La storia è una lente d’ingrandimento senza filtri sulla generazione Z e sulle tematiche più scottanti che la coinvolgono. L’ampio spettro della sessualità, il fat-shaming, il revenge porn, la condizione transgender e molte altre trattate in maniera chiara, veritiera e, a volte, spaventose. Probabilmente è la serie che nessun genitore vorrebbe vedere per quanto è diretta. Non sono, infatti, mancate critiche che lanciano l’allarme emulazione da parte degli spettatori più giovani, ma le reali intenzioni dell’ideatore sono tutt’altro che queste. Se si pensa alle disavventure di Rue nel mondo dalla droga, sembra difficile che possa venir voglia di volerle ripetere sulla propria pelle.
Anche per questo, sia in America che in Italia, è stato varato un servizio telefonico volto a dare aiuti psicologici, a figli e genitori, che accompagna la serie tv per tutta la sua durata.

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