“La Calamita Cosmica”, oltre lo spazio

a cura di Cristian Mariani

 

Cosa accumuna la capacità attrattiva di un magnete al cosmo? Cosa unisce in un sottile sortilegio artistico lo spazio profondo con un corpo che genera campo magnetico? Accostamento arduo eppure tutt’altro che approssimativo, sintetizzato in un’opera scevra di orpelli futili e abbellimenti occasionali. Accostamento arduo per una sfida intensa, profonda almeno quanto il turbamento al cospetto delle leggi universali che regolano l’infinito e le sue melliflue varianti umane.

Cosa unisce uno scheletro umano di 24 metri di lunghezza con un teschio dotato del becco di un uccello? Cosa unisce un’opera monumentale di vetroresina con una visione antropomorfa che pare urlare nel silenzio reverenziale dell’ex Chiesa della Santissima Trinità di Foligno? Proprio in quella cittadina che la leggenda pone al centro del mondo, in una chiesa la cui sacralità fu soppressa, in un’estensione delimitata e pure infinita come lo spazio bianco tra due righe scritte, quell’urlo si espande come l’eco roboante di un prossimo destino.

Il messaggio che l’artista Gino de Dominicis volle lanciare pare contenuto in questo spazio angusto, all’interno del quale la “Calamita Cosmica” si impone nella fattispecie di una divinità in catene, ponendo in contrasto netto e affascinante il senso eterno del contenuto nel limite strutturale del contenitore. Pare quasi di udire il roboante urlo del mare compresso nell’incavo di una conchiglia o meno romanticamente l’estensione tecnologica del suono in un congegno tascabile. Ci si attende, al cospetto del gigante, che possa muoversi e si resta indignati nel contemplare quell’immobilità estrema eppure in perenne movimento, quell’assurda figura mitologica tanto simile all’uomo eppure profondamente dissimile.

Il senso dell’opera resta nel silenzio del suo creatore, controversa nella genesi eppure delineata nel suo essere viva, quasi infusa di una porzione di anima che è visione solamente dell’artista che dal nulla crea le emozioni e le dona alla memoria e alla meraviglia di chi assiste. Forse un’antenna puntata oltre il cosmo, nella voragine infinita che ingoia l’ancestrale tendenza al conoscere, forse l’esigenza di un magnete che attrae a sé il senso intimo delle eterne domande inespresse, forse nulla più di quel che la Calamita Cosmica vorrebbe essere: un richiamo alla vita, un monito che non ammette reiterazione, una supplica improrogabile di sinergie profonde tra la vita biologica e la sua estensione in uno spazio fisico finito e tra la vita oltre la morte e la sua metamorfosi nello spazio temporale infinito.

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