La vita Anacoretica [Un salto nel Medioevo]

di Monica Atzei – 

 

In questo nuovo “salto nel Medioevo” parleremo della vita anacoretica, primo tipo di vita ascetica cristiana che si “contrappone” alla vita cenobitica ovvero alla forma di vita monastica caratterizzata dalla vita in comune.

Tra le prime fonti incentrate sull’ordinamento e la spiritualità del monachesimo orientale, specialmente quello egiziano, troviamo le Istitutiones e le Collationes di Cassiano.

Nella Chiesa cattolica il vecchio Codice di Diritto Canonico al canone 488 definiva come religiosi “tutti coloro che hanno pronunciato i voti in qualche ordine o congregazione”, senza distinguere tra voti semplici e voti solenni.

I voti solenni sono quelli di cui l’autorità ecclesiastica riconosce tale qualifica, da cui discende la nullità di qualsiasi atto compiuto in violazione degli impianti assunti con essi. In maniera più generale e più semplicemente si può dire che sono dei religiosi quanti hanno fatto la professione, ossia hanno pronunciato i voti. La regola di vita determinata da un simile atto si ispira agli esempi e agli insegnamenti di Cristo, che aveva esortato a lasciare tutto per seguirlo e per vivere nella sua stretta amicizia.

Da questo bisogno nacquero gli eremiti o anacoreti.

La parola eremita deriva dal greco e significa “vivere solitario” o “vivere nel deserto”, cioè è colui che vive in maniera appartata sia spiritualmente che fisicamente. In maniera diversa, quindi, da chi sceglie una vita cenobitica, cioè una vita comunitaria vissuta in un monastero.

La parola monaco significa solo, il suo nome deriva dal greco monos, ed è in solitudine che secondo la tradizione, il monaco si ritirava sin dai primi secoli dell’era cristiana per cercare di essere in stretto contatto con Dio.; quindi i monaci, hanno come vocazione la ricerca della solitudine, la rottura dei vincoli e dei contatti col mondo ed una vita totalmente solitaria.

L’aspetto fondamentale che definisce realmente la vocazione religiosa, è formata dall’aspirazione ad una vita spirituale più intensa e tale da consentire, nell’imitazione di Cristo, di unirsi a Lui grazie alla preghiera, alla liturgia e alle pratiche ascetiche, cioè a quegli esercizi morali e fisici necessari per arrivare ad una perfetta padronanza del corpo così che l’anima non sia corrotta dalla carne.

Fin dal primo secolo è possibile individuare dei cristiani che vivevano la religione in modo diverso dagli altri fedeli e praticavano una vita ascetica improntata sulla carità, l’umiltà e la mortificazione. Alcuni di loro, lasciavano le città e le comunità per andare a vivere in solitudine nel deserto come eremiti o anacoreti; il deserto, divenne, in armonia con certi passi del Vangelo e dell’Apocalisse il posto privilegiato per ambire alla perfezione, come un luogo in cui essi si preparavano per l’avvento del Regno di Dio. Quindi, il ritiro nel deserto, divenne la forma più alta dello stato religioso.

L’esperienza monastica cristiana fu sin dall’inizio un’esperienza del tutto originale, fondata e ispirata da una fede precisa e da un significato che le venne dato, quello di imitare Gesù Cristo rinunciando totalmente al mondo.

Dalla seconda metà del terzo secolo il monachesimo si diede strutture più solide in Oriente, specialmente in Egitto, Siria, Palestina, Asia Minore.

Singoli cristiani, si recarono in queste regioni, abbandonando la vita in comune che avevano vissuto sino a quel momento in famiglia e nella comunità e si ritirarono nella solitudine assoluta per condurvi un’esistenza di povertà volontaria e di astinenza sessuale, così si realizzò il primo passo che, attraverso il primo ascetismo cristiano, doveva condurre ad un autentico monachesimo.

L’esempio di monaco più famoso è quello dello “stilita”, questi trascorreva tutta la sua vita su di una colonna; questo tipo di vita presentava degli inconvenienti, l’isolamento assoluto favoriva le tentazioni e la ricerca smisurata della mortificazione terminava con un desiderio di eroismo, che era dannoso per l’umiltà che essi professavano ed era più vicino all’orgoglio. Alcuni di loro si posero, allora, il problema del modo in cui far conciliare la vocazione all’isolamento con le effettive virtù del Cristianesimo, i loro sforzi condussero alla realizzazione dell’anacoretismo organizzato e del cenobitismo regolato da proprie norme.

In pochi decenni, in alcune regioni dell’Alto Egitto lontane dai grandi insediamenti, nel deserto di Nitra a sud-ovest di Alessandria e nel territorio montagnoso intorno ad Edessa nella Siria Orientale, si stabilirono numerosi anacoreti che si costruirono capanne primitive o si accontentarono più semplicemente di una grotta. Molti di loro vissero in completo isolamento, come eremiti nel senso più stretto della parola per tutta la loro esistenza; altri si riunirono, senza un legame stabilito da una promessa o da una regola fissa, intorno ad uno di loro che doveva fare da consigliere spirituale, fondando così una libera unione di anacoreti.

Alla domanda sulla ragione concreta, che nella seconda metà del III secolo portò tanti cristiani alla vita monastica si può rispondere solo in  questo modo: l’ideale ascetico, già lungamente predicato nella Cristianità del tempo, era diventato in quel momento maturo ed aveva assunto capacità per potersi realizzare con una propria forza, con una forma assoluta e definitiva. Ma è anche vero che fino a quando non entrò in scena l’imperatore Costantino I (272-337), lo spirito ascetico di alcuni era dettato anche dalla necessità di sfuggire alle persecuzioni ai Cristiani.

Ad esempio, Paolo di Tebe, si ritirò nel deserto per scampare alle violente persecuzioni dell’imperatore Decio. Lui era un egiziano e viene considerato dalla tradizione cristiana come il primo eremita, è vissuto per 90 anni (230 circa -330 circa) e da eremita viveva in una grotta con la sola compagnia di due leoni e nutrito da un corvo, vicino al suo ritiro sgorgava una sorgente e cresceva una palma. Della vita di Paolo, ci parla Sofronio Eusebio Girolamo autore dell’agiografia Vita Sanctii Pauli primi eremitae risalente alla seconda metà del IV secolo: Paolo, giovane cristiano egizio di colta e ricca famiglia, è costretto a lasciare la città per il deserto in quanto denunciato come cristiano da alcuni familiari desiderosi di entrare in possesso del suo patrimonio; la sua vita trascorse duramente  per via della solitudine, solo alcune volte il suo isolamento venne interrotto perché altri eremiti si recavano da lui cercando consiglio.

Le fonti narrano che anche Sant’Antonio Abate si recò a visitarlo, quest’ultimo viene ricordato come “patriarca”  del monachesimo e sul suo esempio di vita si è modellato il sistema di vita anacoretico del Medioevo.

Sant’ Antonio Abate, egiziano di nascita, nacque nel 251 e morì il 17 gennaio 356 ( il 17 gennaio in molte parti d’Italia vengono accesi i fuochi in suo onore e vengono benedetti gli animali perché loro protettore), visse appartato in un eremo nelle montagne del deserto del Pispir. La sua fama attirò dei discepoli che seguirono la sua direzione spirituale, consigliava ed aiutava i suoi fratelli che costituivano una comunità di anacoreti che trasse beneficio nel coltivare il vincolo dell’amicizia e della preghiera comune.

In quello stesso periodo, nel deserto vicino alla Nitria e a Scete, Ammonio, Macario il Vecchio e Ilarione di Palestina vivevano con una piccola comunità di discepoli.

Ilarione col tempo desiderò dedicarsi alla vita ascetica, donò tutti i suoi averi ai poveri e introdusse l’ascetismo nel territorio vicino Gaza. Sia Ammonio, che Macario e Ilarione raccomandavano ai loro discepoli di lavorare, essi davano l’esempio fabbricando ceste e stuoie; ogni sabato e domenica assistevano all’ufficio divino, prestavano attenzione alle parole dei monaci anziani, confessavano i loro peccati e infine scambiavano il frutto del loro lavoro con del cibo.

Qui ci troviamo di fronte a un’esperienza nuova accanto a quella  della libera associazione attorno ad un maestro: quella di una unione regolamentata che istituiva un semi-anacoretismo e che raggruppava religiosi anziani, dalla barba lunga, vestiti di una specie di sacco detto tunica, con il capo coperto da un cappuccio, portanti a volte sandali ai piedi e una pelle di capra sulle spalle, la cosiddetta “melote”.

La prossima volta conosceremo la vita cenobitica quindi quella vissuta all’interno dei monasteri, accompagnata dalle Regole che ancor oggi vengono seguite dai monaci.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com