La favola delle favole

di Valentina Vichi – 

 

Se vi leggessero una favola a partire dal mezzo, dopo poche righe sapreste comunque dire a quale genere appartiene il testo che state ascoltando. Certo le favole ce le raccontavano da bambini e tutti ne abbiamo degli elementi chiari in mente, non è difficile riconoscerne alcuni: il bosco con una casetta abbandonata, espressioni come “cammina, cammina” e molti altri. Ma da dove nascono questi elementi ripetitivi?

C’era una volta un mondo lontano lontano chiamato alto medioevo in cui le antiche strade romane erano state abbandonate e ognuno viveva rinchiuso nel suo piccolo maniero, che fosse un castello signorile o una minuscola capanna da chiamare casa, poco importa. I sentieri, non percorsi più, cominciarono a ricoprirsi di rovi, sterpi, rifugio perfetto per mostri, streghe e mille altri fuochi fatui a cui la fantasia umana riuscì a dare forma.

Le distanze cominciarono a dilatarsi, a diventare incolmabili, insieme alle notti d’inverno, sempre più buie e fredde, nelle quali in Paesi lontani si svolgevano avventure proibite nel tempo e nel luogo in cui quelle stesse storie si raccontavano. In fondo, quei racconti erano di seconda o terza mano, frutto della narrazione di qualche pellegrino o di un avventuroso mercante che, al tavolo di una taverna, teneva banco a quattro contadini e due bovari che quelle storie le ripetevano, un po’ a modo loro, agli amici e ai familiari.

Poi l’alto medioevo cedette il passo al basso, e i viaggi cominciarono a farli in molti, o almeno in molti più di prima; allora le favole si arricchirono di elementi nuovi, lontani, esotici, come poteva esserlo il re d’Inghilterra, con le sue mirabili ricchezze, per un contadino francese, o ancor di più, come le storie della bella Shahrazād, principessa dei mori, popolo temibile ma affascinante.

E fu così che ogni storia, tramandata oralmente si colmò di elementi ripetitivi, facili da ricordare e da ripetere a memoria e prese ad iniziare con “c’era una volta, in un paese lontano lontano…”, cosicché la nebbia di tempi e spazi remoti rendesse più magiche e credibili al tempo stesso le avventure raccontate.

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