Chantale: un’intervista speciale, la storia di una rifugiata

Intervista a cura di Maricla Pannocchia – 

 

Qualche giorno fa, il 20 giugno, è caduta come ogni anno la Giornata Mondiale del Rifugiato. Ho intervistato Chantale, una ragazza che sa sin troppo bene cosa significhi vivere da rifugiati.

 

Ciao Chantale, prima di tutto grazie di essere qui a raccontarti. Qualche giorno fa, il 20 giugno, è caduta la Giornata Mondiale del Rifugiato ma non possiamo dimenticare che molte persone ancora non sanno chi sia precisamente un rifugiato e ci sono ancora tante idee sbagliate e tanta confusione al riguardo. Puoi spiegare alle persone chi sono i rifugiati e perché scappano?

Cara Maricla, grazie per avermi qui oggi! E’ un onore avere il privilegio di fare sensibilizzazione riguardo ai più vulnerabili, i rifugiati. Beh, i rifugiati sono persone comuni, come te e me. L’unica differenza è che hanno dovuto affrontare varie circostanze che li hanno portati a vivere determinate esperienze nella vita; esperienze di cui non hanno scelto di essere parte ma sono stati costretti a prendervi parte e non hanno avuto scelta. Sono scappati dai loro Paesi di origine a causa delle battaglie che mettevano a rischio le loro vite e hanno dovuto cercare la sicurezza. La maggior parte dei rifugiati è perseguitata a causa del colore della pelle, delle opinioni politiche, della religione, dei crimini di guerra…E’ difficile lasciare un posto che chiamano “casa”, un posto in cui sono nati e cresciuti. L’unico mondo che abbiano mai conosciuto. Questa è una decisione dolorosa per chiunque; abbandonare le loro case, i loro abiti, gli studi, il lavoro, i risparmi, ecc. Lasciare lì i propri cari come genitori, zii, figli, mariti, mogli e altre persone cui vogliono bene. Nessuno desidererebbe di vivere una cosa del genere. Ora si trovano in un Paese che li ospita, dove le persone parlano una lingua a loro sconosciuta, che non capiscono. Molte di queste persone sono giovani donne che sono appena diventate orfane e hanno perso i loro genitori nel loro Paese di origine. Purtroppo sono state anche violentate e sono rimaste incinte. Ora una bambina si occupa di un altro bambino con la paura che un giorno questo bambino le chiederà notizie del padre. Alcune di queste persone sono donne che hanno perso i loro mariti e sono rimaste con i figli. Queste donne faticano a trovare del cibo per nutrire i figli. Piangono per la maggior parte delle notti, pensando al futuro dei loro figli. Si sentono responsabili per non essere capaci di dare ai loro figli la miglior vita possibile, quella che tutte le madri vorrebbero per i loro bambini. Apprezzano e amano i loro Paesi ospitanti, ma sentono una forte mancanza di casa!

Puoi raccontarci la tua storia?

Provengo da uno strano mondo. Quando mia madre mi ha messa al mondo, la prima domanda che le ha fatto il dottore è stata: “Vuoi questa bambina?”. Quando mia madre è arrivata a casa con me, mia nonna è rimasta scioccata e le ha urlato: “Devi uccidere la bambina o dovrai dimenticare che siamo la tua famiglia!”.

Ma mia madre mi ha scelta come la sua figlia albina quando avevo solo poche ore di vita.

Nella mia comunità, una persona albina era vista come un emarginato, qualcuno che non dovrebbe vivere, il cui corpo può servire solo per i riti sacrificali. Sono cresciuta in una famiglia di 10 figli, 5 femmine e 5 maschi. Sono la sesta, e la prima albina. Quando avevo 13 anni ho perso i miei adorati genitori in un massacro. Quella volta ho avuto la sensazione che il mondo mi stesse gettando addosso amarezza e che quella sarebbe stata la fine della mia vita. Sono dovuta diventare una madre per i miei fratelli e le mie sorelle. Dato che i miei genitori, che mi avevano protetta, erano morti, sono stata rapita e sono stata quasi uccisa da persone che uccidevano gli albini tuttavia, per fortuna, sono stata messa al sicuro. Ricordo di essere fuggita dal mio Paese, la Repubblica Democratica del Congo, verso un campo profughi in Uganda.

Lasciare il mio Paese è stato doloroso. Mi sono sentita obbligata a fuggire a causa delle persone che non mi accettavano come una di loro. La vita nel campo non era semplice. Era difficile avere acqua da bere o con cui lavarsi, cibo e medicine. Cercavo sempre un posto migliore per dormire, domandandomi se sarei stata al sicuro. E mi è dispiaciuto molto non poter studiare. Dopo 3 anni nel campo ho deciso di lasciare l’Uganda e andare in Kenya per cercare una possibilità d’istruirmi e protezione. Le Nazioni Unite mi hanno portata in una casa sicura gestita da un’Associazione che si chiama RefuSHE. Ho avuto l’opportunità di andare a scuola e imparare le basi in matematica, scienze, sociologia, inglese, ecc…Il 19 settembre 2018 mi sono trasferita negli Stati Uniti, a Worcester! Ero emozionatissima di essere qui e di cominciare una nuova vita. Una volta in cui mi sono ambientata, mi sono iscritta alla scuola superiore. Mi considero una persona resiliente, una sopravvissuta. La mia vita come albina non è stata facile ma sono grata per ogni singola cosa che mi è accaduta fino ad oggi!

La vita in un campo profughi è particolarmente dura per le donne e le ragazze. Eri una ragazzina quando vivevi nel campo. Quali erano le tue paure più grandi? E cosa pensi che la comunità internazionale possa e debba fare per proteggere queste donne e ragazze?

Le mie paure di ragazzina in un campo profughi erano: sentirmi male perché bevevo acqua sporca; non c’erano trattamenti medici validi. Essere violentata, dato che gli abusi sessuali sono promossi nei campi perché la gente non ha niente da fare. I ragazzi si trovano confinati in una piccola area con le attività limitate riguardo alla scuola, il gioco e l’agricoltura. Non ci sono lavori. L’unica cosa che i ragazzi hanno in mente è il sesso. Inoltre come ragazzina devi camminare a lungo per andare a scuola e c’era anche un problema di scarsità di sicurezza per le persone albine.

Nonostante tu sia molto giovane hai già dovuto affrontare tante avversità. A dispetto di questo, però, sei riuscita a sbocciare. Sei una fonte d’ispirazione e un chiaro esempio di come i rifugiati non siano un fardello, come molta gente ancora pensa, ma individui con i loro punti di forza e le loro capacità che, se ne hanno la possibilità, arricchiscono le loro vite, i loro Paesi e il mondo in generale. Cosa diresti ai governi e alle persone in generale sul perché é importante investire nei rifugiati?

E’ fondamentale che i rifugiati abbiano la possibilità di raggiungere il loro massimo potenziale, di avere la possibilità di fare una differenza nelle proprie vite e in quelle delle comunità in cui vivono! Tutto quello di cui hanno bisogno è un’opportunità. Una volta in cui riescono ad alzarsi in piedi contribuiscono alla società in molti modi; possono diventare dottori, infermieri, intrattenitori, avvocati, ecc…

Quali sono i tuoi obiettivi e sogni per il futuro?

Ho grandi sogni e obiettivi per il mio futuro! Prima voglio finire di studiare e trovare lavoro. Mi piacerebbe lavorare per le Nazioni Unite per supportare altri rifugiati nel mondo perché ho affrontato i loro stessi problemi quindi sarei in grado di capirli meglio. Sarò un’artista, una public speaker motivazionale, e una cantante!

Hai un messaggio per le persone che stanno affrontando qualunque tipo di difficoltà?

Non arrenderti mai, non importa quale avversità tu stia affrontando! La notte può essere troppo lunga ma la mattina arriverà. Un giorno troverai la luce, non più l’oscurità. Ricorda che tutto accade per un motivo. Sei fortunato e unico a modo tuo nell’aver vissuto momenti così tragici! Tutte queste esperienze ti rendono la persona che sei.

Penso che, fino a quando i governi non rispetteranno le leggi che già esistono e non ne aggiungeranno di nuove al bisogno, non saremo davvero in grado di fermare questa crisi umanitaria. Il numero di rifugiati è più alto che mai, eppure sembra che la comunità internazionale non faccia abbastanza, lasciando alle Associazioni e ai privati il compito di aiutare i rifugiati. Se avessi la possibilità di parlare ai politici, cosa diresti loro?

Direi ai leader dei governi e alle comunità di tutto il mondo di unirsi per portare creativamente la pace internazionale! Dobbiamo agire adesso. E’ una situazione di emergenza eppure a molte persone non sembra così. Investendo nella pace, renderemo il mondo un posto migliore per tutti. Nessuno dovrebbe lasciare il proprio Paese per andare in un mondo completamente nuovo. Investiamo nella pace creando unione fra i Paesi. Cambiamo le leggi che devono essere cambiate. In questo viaggio, non dimentichiamoci delle donne, perché le donne sono coloro che creano la società dando vita ai bambini. Sono l’unica arma che possiamo usare per abbassare la soglia di povertà nel mondo. Possiamo far questo abilitando le donne ed educandole ad avere controllo del proprio corpo! Che sia un marito, il governo, la religione, nessun altro deve avere quel controllo. Facendo così le donne avranno meno figli e la soglia di povertà nel mondo si abbasserà. Inoltre dobbiamo proteggere l’economia dei Paesi.

Il 20 giugno abbiamo celebrato la Giornata Mondiale del Rifugiato, un giorno internazionale designato dalle Nazioni Unite per onorare i rifugiati di tutto il mondo. Inoltre accende i riflettori sui diritti, i bisogni e i sogni dei rifugiati, aiutando nel mobilitare la politica e le risorse così i rifugiati possono non solo sopravvivere ma anche prosperare. Qual è il tuo messaggio per questa occasione speciale?

Il mio messaggio per i rifugiati è di non vittimizzarvi mai, ricordate che ogni cosa accade per un motivo. Dovreste considerarvi resilienti e guerrieri! Per le persone che non sono rifugiate, non guardate mai i rifugiati dall’alto in basso. Sedetevi con loro, ascoltate le loro storie, così potrete conoscerli meglio.

Grazie di cuore Chantale! E’ stato un onore e privilegio parlare con te e assistere alla tua forza e resilienza.

Alla fine del 2019, c’erano 79.5 milioni di persone costrette a fuggire nel mondo come risultato di persecuzioni, conflitti, violenza, violazioni dei diritti umani o eventi che causano serio disturbo all’ordine pubblico. Il 40% sono bambini. Questo è il numero più alto mai registrato, secondo i dati disponibili. Almeno 100 milioni di persone sono state costrette a lasciare le loro case negli ultimi 10 anni, cercando rifugio all’interno o all’esterno del proprio Paese. Diverse grandi crisi hanno contribuito al massivo dislocamento avvenuto nell’ultimo decennio, e i numeri includono persone che sono fuggite più di una volta. Decine di milioni di persone sono potute tornare nei loro luoghi di residenza o hanno potuto trovare altre soluzioni, come il rimpatrio volontario o il reinsediamento in Paesi terzi, ma molte persone non hanno potuto farlo e si sono unite al numero di sfollati dei decenni precedenti.

Nel mondo, 1 persona diventa sfollata circa ogni due secondi come risultato di conflitti o persecuzioni. I bambini rifugiati sono cinque volte più a rischio di non andare a scuola dei bambini non rifugiati. Per ogni 10 bambini rifugiati che frequentano la scuola elementare, ci sono meno di 8 bambine rifugiate. In alcune società le donne e le ragazze affrontano discriminazione e violenza ogni giorno semplicemente perché femmine. Un compito ordinario come andare a prendere l’acqua o andare in bagno le mette a rischio di violenza sessuale o abuso. In periodi di dislocamento, il problema aumenta.

Le donne e le ragazze compongo circa il 50% di ogni popolazione di rifugiati, persone internamente disperse o apolidi, e coloro  che non sono accompagnate, aspettano un bambino, sono a capo della famiglia, disabili o anziane sono particolarmente vulnerabili.

 

Fonti: unrefugees.org e unhcr.org

PER SAPERNE DI PIU’ O PER AIUTARE

www.unhcr.it

Intervista a cura di Maricla Pannocchia.

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