La vita cenobitica [Un salto nel Medioevo]

di Monica Atzei –

 

Oggi  per la rubrica “Un salto nel Medioevo” vi parlerò della vita cenobitica ovvero della forma di vita monastica caratterizzata dalla vita in comune e accompagnata dalle Regole.

La scorsa volta abbiamo parlato della vita anacoretica e siamo arrivati a trattare di Ammonio, Macario e Ilarione i primi che, nel deserto insieme ai loro discepoli, si scambiavano il frutto del loro lavoro. Questa era un’esperienza nuova, una unione regolamentata che istituiva un semi-anacoretismo e che raggruppava religiosi anziani, vestiti di una specie di sacco chiamato tunica, col il capo coperto da un cappuccio, portanti a volte dei sandali ai piedi e una pelle di capra sulle spalle chiamata melote.

Uno dei primi fondatori di monasteri fu San Pacomio, eremita nel deserto, che nacque intorno al 292 e morì nel 346, egli ebbe una visione nella quale ricevette l’incarico di costruire un monastero e di lasciare la vita d’eremita per quella monastica. Intorno al 320 costruì a Tabenissi vicino al Nilo, nella regione della Tebaide, un vero e proprio monastero in cui abitavano dei monaci che seguivano una Regola e ubbidivano ad un superiore che era chiamato abate.

La parola abate, di origine aramaica e siriaca, significa padre: Cristo si rivolge al Padre con l’appellativo di Abba e fra i primi monaci dell’Egitto e della Siria indicava il padre spirituale, venerato per età e santità, di piccoli gruppi di anacoreti o cenobiti.

La Regola di San Pacomio è tra le prime Regole monastiche in assoluto, può essere indicata come la base per l’esperienza benedettina successiva, fondatrice a sua volta del monachesimo occidentale. Particolarità della Regola è la vita in comune, dove il monaco vive la sua unione con Dio in un monastero accanto ai suoi fratelli; è l’esperienza chiamata cenobitismo dal greco koinas (comune) e bi-os (vita), che si contrappone all’anacoretismo e che aiutò lo sviluppo del monastero anche dal punto di vista organizzativo con la presenza di un abate a guida del monastero stesso. Pacomio educò i suoi discepoli alla vita in comune, costituendo la prima koinonia, una comunità cristiana a imitazione di quella fondata dagli apostoli a Gerusalemme, basata sulla comunione della preghiera, sul lavoro e sul servizio reciproco.

In Occidente, a partire dalla Regola di San Benedetto, l’abate è il capo supremo di una comunità monastica e ne dirige tutta la vita spirituale e materiale; secondo San Benedetto l’abate ammaestra il monaco come un padre fa col figlio e insieme è il pater familias che regge con autorità i suoi sudditi, i quali gli devono riverenza, affetto e obbedienza. Dal VII secolo l’abate è quasi sempre un sacerdote, a differenza dei semplici monaci.

Il Monastero, la Regola e l’Abate rappresentano le compagini fondamentali del cenobitismo; ogni monastero aveva proprio Regole e ogni abate solitamente dava ai monaci delle norme. La parola Regola deriva da Regula, nel significato originario di “assicella”, “regolo”, per translato “norma”, a sua volta da regere, “guidare diritto”: con questa parola nella tradizione cristiana si intendono quelle norme che organizzano la vita del singolo e della collettività per raggiungere i più alti gradi di perfezione.

La Regola è di per sé un genere letterario, questo breve testo che traccia il codice al quale è sottomessa una comunità volontaria di uomini o di donne, conosce una fioritura notevole negli ambienti monastici nei secoli IV-VI, tanto in Oriente quanto in Occidente.

Lo studio delle Regole antiche ci aiuta a fissare delle nozioni fondamentali: tutte le Regole primitive derivavano da archetipi, che non è detto siano stati incorporati interamente in un testo unico, ma di cui si individuano elementi stesi in svariati documenti. Possiamo dire che ogni regolamento era ispirato a un tipo di “monachesimo” chiuso, basato sulla fuga mundi e sull’isolamento, oppure ad uno stile di vita più aperto che comportava o addirittura promuoveva rapporti con la società (attività pastorale, evangelizzazione, ecc.). Inoltre, si può affermare che le prime esperienze monastiche occidentali sotto il profilo organizzativo si attennero con un regime autenticamente cenobitico oppure adottarono strutture miste, cioè un regime di vita semi-eremitico e semi-cenobitico. Il primo monachesimo si configurò, in genere, come un tipo ideale di vita che veniva proposto ai laici; il monaco  non era clericus e non entrava a far parte dell’organismo gerarchico che era proprio del clero, anche se molto spesso, gli abati erano dei sacerdoti; i primi regolamenti non davano importanza alle istituzioni e allo svolgimento preciso della vita monastica; questi regolamenti danno risalto all’idea che il monastero è una scuola di ascesi e di spiritualità posta sotto la direzione di un abate a cui i monaci devono ubbidire.

E’ questa idea, simile alla concezione pacomiana e basiliana, che costituisce l’elemento fondamentale del monachesimo, i regolamenti definiscono le virtù monastiche essenziali, queste virtù sono: l’umiltà, il dominio del proprio corpo, l’abnegazione di sé stessi, la carità. I regolamenti considerano la preghiera non soltanto come mezzo per entrare in comunicazione con Dio, ma anche come metodo di perfezionamento interiore, le Regole mostrano l’attitudine a dominare la severità della mortificazione fisica e attuano castighi più leggeri di quelli prescritti dalle costituzioni orientali.

Storicamente sono quattro le Regole che hanno avuto importanza, la prima è la Regola di San Basilio, applicata alla vita monastica della chiesa greca; la seconda è la Regola di Sant’ Agostino (praeceptum), attribuita al Santo e adottata a partire dall’XI secolo dai canonici regolari e da altri ordini religiosi. Poiché sia i frati agostiniani o eremitani  di Sant’Agostino che i canonici regolari, avevano adottato la stessa Regola sorsero vivacissime dispute fra i due ordini. Terza Regola è quella di San Benedetto, che applicata con alcune varianti e interpretazioni è alla base di tutte le congregazioni monastiche dell’Occidente latino. Infine, quarta Regola è quella di San Francesco adottata dai francescani o frati minori, che ha avuto particolare influenza sugli ordini sorti dopo il XIII secolo.

La costituzione dei primi monasteri, permise di scoprire quanto fosse difficile la vita in comune, che presentava il vantaggio di ridurre la violenza delle tentazioni, ma esigeva una più profonda umiltà nell’obbedienza, escludeva ogni fantasia e ogni eccesso nella penitenza e obbligava a sopportare con spirito di carità la presenza degli altri con le loro esigenze e i loro difetti. Pacomio riuscì a suddividere i monaci in celle, tutti con una propria mansione: coltivare ortaggi, cucinare, fabbricare stuoie etc.  Il monastero venne circondato da un alto muro chiamato chiostro dal latino claustrum, il cui significato è luogo chiuso, all’interno vi era una chiesa in cui veniva celebrata la liturgia.

Pacomio chiese ai monaci l’impegno di rispettare la castità, la povertà e l’obbedienza all’abate e alla Regola. Ma diede loro anche una certa libertà, dato che ognuno poteva dedicarsi ad esercizi individuali di mortificazione. Quindi, la comunità pacomiana mirava alla pratica di virtù che non escludevano l’ideale eremitico e ciò attrasse molti adepti, stimolando Pacomio a fondare altri monasteri.

Alla sua morte ne esistevano nove maschili e due femminili, in seguito ne furono creati altri nell’Alto Egitto e al loro modello si ispirarono altri monasteri sorti in vari paesi dell’Oriente.

La prossima volta approfondiremo alcune delle Regole più conosciute ed utilizzate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Social Media Auto Publish Powered By : XYZScripts.com